A proposito di Calderoli – Kyenge

Jul 17 2013
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Nella vicenda Calderoli-Kyenge c’è un messaggio passato in secondo piano, ma che a me proprio non va giù.

Tutti si sono concentrati sul clamore del paragone con l’orango; deprecabile, senza dubbio, ma faccio mia l’obiezione di tanti altri: c’è così tanta differenza fra dare del nano a Brunetta, della racchia alla Bindi, della poco di buono alla Carfagna e dare dell’orango alla Kyenge?

Si tratta sempre di utilizzare una caratteristica della fisicità o della storia della persona per tracciarne un giudizio estetico ed etico definitivo, che mette una pietra sopra ogni possibilità che la persona dimostri competenza, capacità etc. Disprezzare un avversario politico per una sua caratteristica che poco o nulla ha a che fare con l’attività politica è comunque sbagliato.

Nel discorso di Calderoli ho invece sentito qualcosa di molto più allarmante:  “E rispetto al ministro Kyenge, veramente voglio dirgli, sarebbe un ottimo ministro, forse lo è. Ma dovrebbe esserlo in Congo, non in Italia”. La Kyenge non ha, secondo Calderoli, il diritto di essere membro del Governo italiano, perché questo non è il suo Paese.

Ecco, questo mi lascia esterrefatta: Cécile Kyenge vive in Italia da tanti anni, ha costruito qui la sua famiglia e la sua casa, lavora in Italia. Perché non è il suo Paese?

Lasciamo pure perdere per un attimo lo ius soli, lo ius sanguinis e le interpretazioni ideologiche, io faccio riferimento ad un principio logico, alla base, ad esempio, della rivolta delle colonie americane verso la madrepatria inglese: no taxation without representation, nessuna tassazione senza rappresentanza.

Ovvero, letta al contrario, se mi chiedi di contribuire al sostentamento dell’economia e della vita pubblica del Paese, devi anche assicurare che io abbia voce nel definire come questi soldi saranno spesi, devi garantire che io possa essere rappresentato al tavolo su cui si definisce quali nuove tasse verranno applicate, come cambiano quelle esistenti etc. E, non da meno, devo poter essere io stesso uno di quei rappresentanti.

Quando mi trovo a discutere di questo principio con alcuni amici di destra, l’obiezione che mi si muove è sempre la stessa: le tasse le devono pagare perché godono dei servizi, non per poter decidere.

Domanda mia: io, straniero, pago le tasse nel Comune in cui vivo. L’Amministrazione Comunale decide che non finanzierà più il centro estivo pubblico in cui va mio figlio, perché i soldi andranno alla ristrutturazione della Chiesa XYZ. Potrò, alle prossime elezioni, decidere che quell’amministrazione non va bene per me perché non sono d’accordo su come vuole spendere (anche) i miei soldi?

Risposta: No, perchè no. Se sei italiano sì, altrimenti no.

Domanda: e perché tu cittadino italiano che paghi le tasse puoi decidere e io cittadino straniero che pago le tasse come te non posso decidere?

Risposta: No, perché se facciamo votare tutti poi finisce che decidono loro.

Ecco, la conversazione si chiude, di solito, con me che rinuncio, perché di fronte ad argomentazioni motivate da paura, diffidenza e senza un briciolo di sostegno logico lascio perdere.

A volte, se sono particolarmente di buon umore, mi limito ad aggiungere: Sai, io troverei giusto togliere il diritto di voto agli evasori fiscali italiani…

In conclusione, non vorrei che l’insulto di Calderoli ed il clamore che ha suscitato nascondessero invece la parte più pericolosa ed incivile della vicenda, cioè il non riconoscere la piena legittimità ad una persona che vive in Italia, lavora in Italia e soprattutto vive l’Italia come proprio Paese al punto di essersi presa una responsabilità non da poco quale l’essere Ministro. Perchè il Paese è di chi lo manda avanti, di chi lo vive, di chi contribuisce ad ogni aspetto della vita pubblica, in ogni veste (contribuente, amministratore, elettore), poco importa dov’è nato.

Monia Cusini

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  • Ottimo, condivido, quindi che ci fate ancora al governo con gente così?

    MARCUS

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