Parigi, 13 novembre

Nov 16 2015
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I terribili attentati del 13 Novembre ci hanno colpito come un maglio, facendoci sentire feriti, vulnerabili e offesi. L’attacco al cuore dell’Europa è stato una pugnalata al nostro modo di vivere e di concepire la società.
Le immagini che ci giungono da Parigi sono efferate e tremende, perché mostrano come l’azione terroristica sia stata perpetrata contro gente inerme e pacifica in situazioni di vita quotidiana, tutti noi avremmo potuto essere quelle persone assassinate. Mentre per i fatti di Charlie Hebdo esisteva una “rassicurante” motivazione di causa-effetto oggi invece siamo tutti possibili vittime per il solo fatto di vivere in Europa.
L’Italia non è più sicura della Francia, siamo tutti potenzialmente bersagli.
Purtroppo la strategia terroristica non si esaurisce con un azione singola ma con la continua minaccia per mantenere elevata la sensazione di paura, insicurezza e impotenza. Quello che è avvenuto non è un episodio estemporaneo ad opera di pochi singoli ma si inquadra in un ottica di guerra vera e propria. L’ISIS ha dichiarato guerra al mondo già da diverso tempo, siamo stati noi, avvolti nel nostro ovattato benessere e protetti dai politicamente rassicuranti filtri dei nostri governi (e della stampa), a non accorgercene.

Oggi la gente è stata svegliata da una secchiata di gelida acqua ed è doveroso compito della politica (quella vera) di dare risposte concrete ed esaurienti ai propri cittadini senza lasciare spazio ai proclami populistici della politica fatta di opportunismo. La politica estera, per tutti i governi italiani degli ultimi anni, è sempre stata considerata come un mezzo per far propaganda elettorale, ora però la situazione internazionale non ammette più posizioni di comodo o ponderate in base ai voti. Qualsiasi sarà la scelta del nostro governo, dell’Unione europea o della NATO, si devono tenere presente alcuni fatti.

L’Europa è in guerra. Volenti o nolenti la situazione reale è questa. Purtroppo non è necessario dichiararlo per essere in guerra. La guerra si può subire anche se non si vorrebbe. Il fatto che non ci siano scontri tra truppe o minacce di invasione non può nascondere il fatto che l’ISIS sia intenzionato a combattere.

– A differenza di Al-Quaeda, l’ISIS non è solo un gruppo terroristico, è più simile ad uno stato di quanto s’immagini. Controlla una area, ha accesso a risorse, ha un esercito, ha una struttura di governo, quindi, sebbene non sia riconosciuto, è da considerarsi come un reale attore di politica internazionale.

Evitare di rispondere agli attacchi non fermerà la strategia terroristica dello stato islamico. Questo ha necessità di inasprire il confronto e di spostare l’asticella sempre più in alto per ammantarsi di un’aurea di nemico dell’occidente.

– Il terrorismo di stampo ISIS è difficilmente contrastabile perché non è fatto di organizzazione e attentati macchinosi ma di cellule autonome indottrinate all’odio, che organizzano azioni terroristiche improvvise e semiautonome. Lo stato islamico non organizza attentati ma fomenta e indottrina i potenziali terroristi, magari già presenti nel cuore dell’Europa.

– L’obiettivo dell’ISIS è la diffusione del terrore e lo scatenare uno scontro aperto tra religioni e civiltà.

– L’ISIS va contrastato militarmente per minarne l’immagine di forza in espansione e riportarlo ad una dimensione di gruppo clandestino.

Queste sono solo alcune valutazioni che i nostri politici dovrebbero responsabilmente considerare per decidere di contrastare un nemico che minaccia tutti noi, ma purtroppo, già oggi, assistiamo al tipico e patetico siparietto italiano di accuse tra personaggi come Alfano e Salvini che via social network litigano come fossero adolescenti.

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello”

Massimiliano Uberti
Segretario PD Lissone

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