Sanità pubblica: La grande malata

Feb 13 2013
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I medici impegnati nella sanità pubblica si trovano da qualche tempo a fronteggiare la morte annunciata della stessa, stretta tra il definanziamento generale e la spending review, paralizzata da conflitti istituzionali, fino al blocco della distribuzione alle Regioni del Fondo Sanitario 2012.

Quello sanitario pubblico appare un sistema sempre meno in grado di garantire la propria sostenibilità economica, l’esigibilità dei diritti costituzionali di tutti i cittadini ed il miglioramento delle condizioni professionali di medici e dirigenti sanitari.

Assistiamo oggi increduli allo stallo in cui versa il disegno di legge (ddl) sul governo clinico, ostaggio di un inaccettabile conflitto tra Regioni e Parlamento che vanifica i sia pur timidi miglioramenti organizzativi, ma anche l’assenza di proposte sulle sorti della libera professione intramoenia allargata, caduta nel dimenticatoio e nella indifferenza generale.
La ricognizione straordinaria degli spazi negli ospedali pubblici per consentire ai medici l’attività libero professionale intramoenia doveva essere fatta entro il 31 dicembre scorso. Mentre le modalità per realizzare l’infrastruttura per mettere in rete i restanti studi privati con le ASL dovevano essere studiate addirittura entro novembre. Ma, a termini anche ampiamente scaduti, non c’é traccia di questi provvedimenti che, come altri, avevano bisogno dell’intesa con le Regioni per essere portati avanti e diventare operativi. A fare il punto su quello che manca per l’effettiva attuazione delle misure varate con il cosiddetto decretone sanità è la stessa Conferenza delle Regioni, che ha pubblicato un riepilogo dei provvedimenti ancora da emanare. E che hanno poche chance di vedere la luce in piena campagna elettorale, visto che le Regioni hanno più volte lamentato la mancanza di risorse e chiesto un incontro (ormai improbabile) con il premier uscente Monti. Entro la fine del mese di gennaio potrebbe comunque esserci una ultima riunione in sede di Stato-Regioni (dove tra le altre cose è ancora in stand-by l’intesa sui nuovi standard ospedalieri che dovrebbe portare alla riduzione-riconversione dei posti letto prevista dalla spending review).
Ma a mancare all’appello sono anche l’intesa sulla nuova convenzione con i medici di medicina generale, chiamati dal “decretone” alla rivoluzione H24 (studi aperti sette giorni su sette e maxi-aggregazioni di professionisti): per arrivare alla definizione delle nuove regole il decreto dava in realtà tempo 6 mesi, ma la trattativa, tutta in salita, di fatto non è ancora iniziata. Scaduto il termine il (prossimo) governo potrà procedere direttamente, sentite le Regioni. E’ emerso da una analisi recente che solo 3 pazienti su 10 necessitano davvero di un intervento urgente o di emergenza, quelli contrassegnati dal codice rosso e giallo, di pronto soccorso ma è anche vero che se mancano le strutture territoriali di assistenza il Pronto soccorso rimane l’unico riferimento facilmente saturabile da assistiti non urgenti; le conseguenze di tale situazione sono sotto gli occhi di tutti e sono ancora poche le aree in cui i medici di base si sono strutturati ed organizzati insieme coprendo dalle ore 8.00 alle 22.00.
C’é poi il grande capitolo Livelli essenziali di assistenza (LEA), la cornice su cui basare l’offerta (e il finanziamento) della sanità pubblica: il ministro Balduzzi ha varato, entro il termine fissato del 31 dicembre, un documento che però non ha ancora avuto il necessario via libera dall’Economia e non e’ ancora tradotto in decreto del presidente del consiglio dei ministri (dpcm) sul quale sempre ci dovrà essere l’intesa con le Regioni.
Ci sono infine i capitoli aperti su cui i termini non sono scaduti (dalle assicurazioni alla valutazione dei direttori generali, passando per i criteri per la collocazione dei punti gioco, la riorganizzazione dei comitati etici, gli IRCCS). Uno dei pochi punti su cui è stata raggiunta l’intesa, si nota nel documento delle Regioni, quello sulla ripartizione delle risorse per il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), espressa lo scorso 6 dicembre.
Non ultimo il peggioramento delle condizioni del lavoro dei medici e dirigenti sanitari, sempre più gravose e rischiose; il prolungato, assoluto e diffuso blocco del turnover che sta portando al collasso molti Servizi sanitari regionali per carenza manifesta del personale sanitario; a questo proposito sempre più spesso mi raccontano episodi di persone che giunte presso i pronto soccorso di ospedali importanti di Milano attendono inutilmente per lunghe ore e poi per sfinimento vanno via senza essere visitati; o ancora si sentono dire che alcune prestazioni ambulatoriali non sono eseguibili in quell’ospedale. Siamo di fronte allo scippo delle risorse economiche della contrattazione aziendale, attraverso interpretazioni di comodo delle leggi, alla progressiva caduta di fiducia dei cittadini nei confronti del servizio sanitario, particolarmente accentuata nelle Regioni sottoposte a piano di rientro.
Ancora una volta si vede solo la scure che, nell’ambito della spending review, si prepara a calare sulla sanità colpendo strutture pubbliche che hanno sempre raggiunto obiettivi di produttività e di efficienza in nome di logiche non aderenti alla realtà dei fatti. Per tutti questi motivi occorre subito affrontare in maniera ormai urgente una vera e propria serie di interventi che diano risposta ai bisogni dei cittadini ed al malessere dei professionisti. È inaccettabile che si colpiscano strutture pubbliche ospedaliere lombarde ben funzionanti e fortemente produttive in nome di scriteriate scelte politiche regionali che portano solo all’impoverimento e al depotenziamento delle stesse strutture in termini di qualità e varietà delle prestazioni sanitarie fornite. Non si risparmia con i tagli lineari per compensare precedenti errori di economia sanitaria.

di Roberto Dominici

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